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Digital Divide e Cittadinanza Digitale

Digital Divide e Cittadinanza Digitale
#Idee #Eventi

Il mondo digitale dispiega opportunità incredibili, facilita i processi e gli scambi di informazioni, rimodella la nostra dimensione di vita arricchendola di stimoli, abbattendo barriere. Tutto questo però non certo in modo uniforme e ugualitario. Parleremo di digital divide alla prima edizione della “European Digital Citizenship Day” di cui Social Warning ne è capofila.

Mentre una parte della popolazione padroneggia pienamente gli strumenti, una buona fetta è esclusa da tutto ciò. Con gravi ricadute in termini sociali ed economici.

Siamo davvero pronti a un’Era totalmente digitalizzata? Sarebbe auspicabile uno scenario di questo tipo? Abbiamo il giusto grado di conoscenze e consapevolezza perché questo si realizzi? La risposta per molte realtà è no. Il digital divide è un fenomeno ancora troppo presente.

A livello mondiale le disparità sono incommensurabili. Pensiamo banalmente all’accesso all’istruzione e alle reti, senza tener conto delle limitazioni imposte dai diversi regimi. Anche gli algoritmi in realtà nascondono insidie spesso mascherate da termini come “ottimizzazione dell’esperienza utente” che in realtà propongono e ripropongono post orientati a modificare le nostre emozioni, i nostri desideri e le nostre pulsioni. 

Pensiamo alle difficoltà derivanti banalmente dall’età o dal livello di istruzione, dalle competenze tecniche e dalle capacità cognitive. Pensiamo solo a quanto accade in Italia.

In buona parte del “fu” BelPaese non c’è segnale, manca la fibra ottica e non è raro ancora vedere rabdomanti digitali alla ricerca almeno di un 3G.

In un mondo in cui anche per fare un documento all’anagrafe è necessario registrarsi e accedere con SPID, come intendiamo gestire queste problematiche? Come possiamo assicurare l’accesso democratico all’informazione? Se è necessario garantire la digitalizzazione è altrettanto importante garantire modalità off-line, analogiche di accesso alle informazioni. E ancora: a quali informazioni accediamo davvero? Se Google diviene il principale mezzo di ricerca otterremo sempre gli stessi esiti. Un sapere apparentemente infinito che si riduce ai risultati della prima pagina di Big G. Un po’ triste vero?

Il tema del digital divide è spesso associato alla presenza/assenza di supporti tecnologici ma  come stiamo notando il problema è ben più complesso e ci invita a una riflessione più attenta. Partiamo da alcuni spunti molto concreti.

Il punto sulla nostra situazione sul digital divide

Spesso, lavorando quotidianamente con strumenti digitali, pensiamo di essere in grado di raggiungere chiunque, sempre e in qualunque parte del mondo. Questo perché estendiamo le nostre possibilità, date dal nostro contesto di appartenenza, a tutti gli altri.

Ma dati alla mano la realtà dei fatti è un altra. 

Limitando la nostra attenzione al territorio italiano possiamo scoprire che, secondo uno degli ultimi rapporti Auditel-Censis, nove milioni di famiglie vivono in condizioni di totale o parziale esclusione dalla partecipazione digitale.

Gli scenari poi sono i più vari: da chi non ha accesso continuo alla rete a chi ha una bassa qualità di connessione, a chi riesce ad accedere solo tramite smartphone fino a chi è totalmente escluso.

Possiamo soltanto immaginare la gravità dell’impatto a livello sociale di situazioni così critiche specie durante il lockdown. Infatti se le misure intraprese hanno limitato la diffusione dell’infezione da Sars-Covid-2 dall’altro hanno evidenziato le gravi carenze infrastrutturali del nostro Paese. Il digital divide, come raccontato fin qui potrebbe sembrare solo una questione di strumenti e tecnologie, ma con questo termine si vuole indicare anche il gap al livello di conoscenze legate al mondo digitale.

digital divide folla che cammina per strada

Conoscenza sulla (dis)connessione digitale

Sviluppare una consapevolezza digitale implica prendere atto di queste situazioni. Limitare lo sguardo ai benefici e problemi causati della connessione, pur analizzando pro e contro, non ci restituisce comunque una visione di insieme sull’argomento. 

Proprio come nella letteratura positivista, in cui il focus è sulla portata innovativa di nuove tecniche e sviluppo sociale, anche oggi si costruisce una narrazione in cui il progresso tecnologico ci salva. Ma è davvero così?

Si possono conoscere tutti i migliori modi per sfruttare il mondo digitale a nostro vantaggio, aiutandoci nella vita quotidiana e sul lavoro ma possiamo essere coscienti anche di come Web e social possono diventare una gabbia.

Come ci insegna Verga, è necessario rivolgere lo sguardo ai grandi esclusi dalla strada del progresso. Questi vinti che non avevano già gli strumenti per lottare e che ora si trovano a confrontarsi con un mondo accelerato e complesso in cui le nostre capacità di comprensione dei fenomeni e di adattamento sono perennemente sotto stress. 

Io personalmente ho vissuto un’esperienza la scorsa estate che mi ha aperto gli occhi. Ho conosciuto un ragazzo di vent’anni italiano che parlava solo il suo dialetto locale e che sentendomi parlare in italiano e con un accento emiliano insisteva sul fatto che io fossi straniero. Pochi minuti prima stavo parlando di applicazioni su base blockchain e di futuro digitale mentre un’ora dopo mi trovavo al tavolo con turisti americani e australiani parlando in inglese. 

Lì ho capito che ci sono mondi che nemmeno si sfiorano, non si possono compenetrare e che i codici sono talmente diversi da rendere impossibile una comunicazione verbale. Ho anche capito quanto sia ignorante io, quante cose avrei da imparare da quel ragazzo che vive in una dimensione a me estranea e non lo dico da romantico nostalgico o rapito dal mito del selvaggio. Davvero mi parlava di un mondo a me sconosciuto, di pratiche di gioco, passatempi e silenzi che io non conosco, né potei mai conoscere in quei termini. I filtri ormai sono troppi e le associazioni al neorealismo o alle interviste di Pasolini nell’Italia degli anni ’60 sono state immediate. Il digital divide non è una discussione filosofica, è qualcosa che scava profonde ferite nella società. 

Ammettiamo questo esempio. Vivo in un piccolo borgo di montagna con pochi negozi. Se ho accesso alla rete e so utilizzare marketplace e pagamenti digitali posso trovare qualsiasi bene materiale o servizi anche di alta qualità e a costi inferiori. Viceversa dovrò accontentarmi della ridotta offerta commerciale in loco. In realtà i costi non sono solo economici e le ricadute a livello più ampio sono diversi per cui ci potremmo, e dovremmo interrogare, maggiormente su quello che accade nel momento in cui le attività di paese chiudono, o sul perché queste enormi Società quali Apple, Amazon e Google riescano ad approfittare di agevolazioni fiscali surreali (come spiegato bene da Riccardo Staglianò in “Gigacapitalisti”) mentre il bottegaio debba confrontarsi con aliquote a volte demotivanti.

Per ora ci soffermiamo sugli aspetti legati al primo livello, quello legato alla reiterazione e al rafforzamento delle disparità, per il semplice fatto di essere o non essere digitali.

Infatti il digital divide non è solo una causa dell’esclusione sociale: è anche un sintomo che si sviluppa da mancanze pregresse alle quali poi si aggiunge, andando a creare un ciclo vizioso dal quale diviene sempre più difficile tirarsi fuori.

digital divide rocce in equilibrio

Possiamo essere tutti cittadini europei digitali?

Questa è una domanda da porsi in vista del 22 Ottobre, Giornata Europea della Cittadinanza Digitale. In base a quanto osservato poco sopra, possiamo esserlo se chiudiamo gli occhi e tappiamo le orecchie, in modo da non vedere e ascoltare chi si trova in grave difficoltà, in un mondo che gli chiede di essere digitale, ma senza dare strumenti per esserlo. Non serve andare lontano. Abbiamo quasi tutti in famiglia una persona anziana o poco digitalizzata che ci chiede un aiuto con lo SPID o per accedere a un servizio online.

È evidente quindi che la risposta non può limitarsi a fornire buone connessioni e device per accedere alla rete. 

Se forniamo a un falegname e a un social media manager una sega elettrica, chi troveremo più facilmente al pronto soccorso, magari senza un dito? Esatto. Uno strumento potente in mano a persone che non hanno le corrette informazioni per utilizzarlo per rivelarsi un’arma con cui si può e ci si può fare del male. Quindi da dove partire per formare cittadini digitali, se non dall’insegnamento?

Comunicare il futuro con Movimento etico digitale 

Proprio dell’istruzione all’utilizzo degli strumenti digitali si occupa il Movimento etico digitale. Davide Dal Maso, ideatore del movimento, sui banchi di scuola ha preso consapevolezza dell’inefficienza delle lezioni legate alla sensibilizzazione al mondo digitale molto spesso impartite da figure lontane anni luce dalla realtà più attuale, non in grado di rispondere alle vere necessità di studenti nativi digitali, che riducono il tema del web alla pedopornografia o al cyberbullismo, problemi gravissimi ma grazie al cielo residuali rispetto ad altri ben più diffusi e spesso difficili da cogliere nella loro complessità.

Come riconoscere fonti affidabili di informazione? Come mantenere la propria privacy e rispettare quella degli altri in una realtà fondata sulla condivisione? Perché i social polarizzano le opinioni rendendoci meno sensibili alla diversità? Questi sono alcune questioni che hanno bisogno di essere approfondite. 

Dal Maso, e con lui tutto il movimento di cui anche io faccio parte, ha deciso di promuovere un insegnamento che coinvolge coetanei e professionisti del web per offrire risposte mirate alle diverse esigenze in continua evoluzione di studenti e anche genitori. Un dialogo, più che una lezione, tra giovani, dove ognuno mette a disposizione degli altri le proprie conoscenze e si rende anche disponibile a rivederle. 

Parlare dei rischi (senza creare timori o allarmismi) e delle potenzialità (aprendo a nuove prospettive) del Web è possibile. Nei miei corsi sul Digital Detox e benessere digitale non invito mai a prendersi un mese di ferie in completo isolamento nella natura selvaggia. Questo perché non è più in linea con il mondo che viviamo oggi, che ci richiede, per lavoro e vita privata, un certo grado di connessione. Allontanarsi completamente dalla quotidianità non è la risposta per cambiare le proprie abitudini, anche quelle digitali. Può essere utile, è vero, un momento di disintossicazione ma poi è importante implementare buone abitudini nella propria vita quotidiana, un po’ come per chi deve perdere peso o fare più attività fisica. A poco basterà una settimana di privazioni mentre l’adozione di comportamenti virtuosi nel quotidiano ci permettono di raggiungere risultati migliori e più duraturi, e di concederci ogni tanto anche una fetta di torta o un giorno di dolce far niente. Il primo passo è quindi riconoscere la necessità di un cambiamento e poi capire come attuarlo. 

Di questo parleremo il prossimo 22 ottobre Milano, un evento dal vivo promosso dal Movimento Etico Digitale proprio per riflettere sul rapporto tra educazione e cittadinanza digitale, guardando al futuro dell’istruzione in un mondo in continua evoluzione, per riflettere insieme su come stimolare il dialogo tra generazioni e sulle nuove responsabilità portate dall’abitare online.

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