In piena fase pandemica si parla sempre più di New Normality, di una presunta nuova normalità che dovrebbe regolare la vita sociale facendo proprio uno stato di eccezione come regola per ripensare i modi di relazionarci, lavorare, spostarci e vivere. Per fare passare queste idee, i dispositivi di potere si stanno affinando e il digitale in tutto questo gioca un ruolo importante.


Nuova normalità? Cosa si intende con questo termine? Fondamentalmente con l’avvento del Covid, esempio perfetto di cigno nero, abbiamo rimesso in discussione il nostro modo di lavorare, di socializzare, di fruire degli spazi pubblici, di vivere accettando, in nome della prevenzione, tutta una serie di limitazioni (talora sensate altre volte opinabili) e ci si chiede quanto di tutto questo resterà anche dopo questo virus.

In questi mesi abbiamo letto e visto di tutto. Ci siamo resi conto della fragilità del sistema economico, del settore sanitario, della democrazia. Abbiamo imparato a usare Zoom, Meet, Cisco Webex, Microsoft Teams, cartelle condivise su Drive. Abbiamo seguito webinar, chiuso Università e teatri, visto cancellare tutte le grandi manifestazioni, le fiere di settore, i negozi.

Abbiamo acquistato online anche beni consumabili e alimentari, ci siamo strafatti di serie tv e abbiamo smesso di muoverci con conseguenze immediatamente visibili sul nostro corpo e la nostra mente e altre che vedremo nel tempo.

Lo smart working, spesso arrabattato e non organizzato, è divenuto la regola. Il ripostiglio si è trasformato in ufficio, gli aperitivi solo online per il compleanno del nostro caro amico e, mi raccomando, tutti a casa alle 22.

Il tema è estremamente complesso ma, da marketer e da consulente in comunicazione digitale, vorrei portare qualche elemento di riflessione dopo quelli esposti qualche mese fa in merito a questa sedicente, e per alcuni seducente, nuova normalità che, a mio avviso, non è affatto normale ma vuol essere normalizzante e normativa delle nostre vite, anche biologiche, e dei nostri schemi mentali sempre meno in grado di capire e interpretare il mondo.

Scrive Franco Berardi Bifo in “Dopo la democrazia?” (Apogeo 2006, p.76) “Il fatto è che le tecnologie di comunicazione hanno sconvolto il contesto antropologico del pensiero critico e sospeso i paradigmi fondamentali dell’umanesimo moderno. È Marshall McLuhan che negli anni Sessanta interrompe l’illusione critico-umanistica di poter ricondurre le tecnologie di comunicazione sotto il governo razionale e progressista della democrazia, del diritto e della logica.” Un essere tecnico, inorganico…. si infiltra nella sfera dell’organismo biologico e sociale, e comincia a prenderne le redini…Quando alla tecnologia alfabetica succede quella elettronica… il pensiero mitico tende a prevalere sulle forme del pensiero logico-critico“. Configurazione mitologiche, identitarie e prive di possibilità dialettica, divengono la nuova normalità. Ecco cosa intendo io con questo termine: non la progressiva adozione di strumenti digitali per il lavoro o l’uso di gel sanificante nei bagni, ma una vera e propria trasformazione, o involuzione, del modo stesso di pensare e ragionare.

Ecco allora che ai Parlamenti si sostituiscono Direttivi, alle leggi DPCM, alle forme di socialità i loculi mediatici, per usare l’azzeccata definizione di un amico e collega, in cui siamo reclusi nelle nostre stanze virtuali, distanziati socialmente oltre che fisicamente. La sensualità è esclusa, i corpi organici divengono meri supporti per le attività cognitive.

Iperstimolati da un flusso continuo di informazioni non abbiamo tempo di riflettere, di ascoltare davvero, di cogliere sottotesti, di strutturare le nostre idee. La tempesta di merda (shit-storms) diviene l’arma perfetta. (Da Il secondo avvento – Franco Berardi Bifo – DeriveApprodi, 2018)

Perché parlo di tutto questo?

Perché il digitale svolge un ruolo fondamentale nella moltiplicazione parossistica di informazioni. In questo contesto è necessaria una cultura digitale che ci aiuti non solo a salvare imprese e mercati, ma anche e soprattutto a pensare agli strumenti che utilizziamo per farne un buon uso.

Cosa c’è di normale quindi nella nuova normalità?
Assolutamente nulla.

Dobbiamo pensare in modo nuovo ma non acritico. Ben venga la simultaneità dell’immagine ma che questa non ci porti ad accettare in modo assoluto le nuove forme di vita e di potere che subdolamente si instillano nelle nostre coscienze, nei nostri “Io”. Altrimenti tenderemo ad accettare di tutto in nome della pace e della salute.

“Anche se, com’è fin troppo evidente, si tratterà di un’epoca di servitù e di sacrifici, in cui tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta dovrà subire mortificazioni e restrizioni, essi vi si sottopongono di buon grado, perché credono stolidamente di aver trovato in questo modo per la loro vita quel senso che avevano senza avvedersene smarrito nella pace.
È possibile, tuttavia, che la guerra al virus, che sembrava un dispositivo ideale, che i governi possono dosare e orientare secondo le proprie esigenze ben più facilmente di una vera guerra, finisca, come ogni guerra, col sfuggire loro di mano. E, forse, a quel punto, se non sarà troppo tardi, gli uomini cercheranno nuovamente quella ingovernabile pace che hanno così incautamente abbandonato.”

Giorgio Agamben – Quodlibet

Leave a Reply