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Dall’età dell’intelletto all’età della demenza?

Nell’età dell’intelletto è il pensiero critico, attraverso la scrittura, a stabilire le regole del gioco, a creare forme di potere, di sapere e di socialità. Con le tecnologie digitali e la diffusione un nuovo modello di comunicazione si sta imponendo. Cosa accade quando alla sequenzialità della scrittura succede la simultaneità dell’immagine?


Da almeno cinquant’anni il dibattito in merito al rapporto tra uomo e computer è divenuto di dominio pubblico. La fantascienza ci ha mostrato futuri meccanizzati in cui faremo l’amore con le macchine come nel celebre film di Woody Allen e altri in cui i robot domineranno il pianeta. Mentre immaginavamo un futuro ce ne siamo trovati un altro.


“Non c’è più il futuro di una volta!”

Il nostro è un futuro presente con cui dobbiamo fare i conti, soprattutto se lavoriamo nell’ambito della comunicazione. Condivido a tal fine alcune riflessioni in libertà su certi aspetti del rapporto tra mente e macchina che producono effetti non trascurabili.

Ai tempi di Diderot

Facciamo un passo indietro, all’epoca dei lumi. Potremmo in realtà cercare molto più addietro e ripercorrere i passaggi che hanno condotto l’uomo nella storia passando dalla scrittura alfabetica a partire dal Fedro di Platone analizzando nel dettaglio i diversi momenti storici e la correlazione tra tecnologie e pratiche sociali. Per chi intende approfondire suggerisco la lettura di Nicholas Carr.

Torniamo invece al Settecento, nel momento in cui in Occidente si sviluppa una forma di pensiero specifica, la critica, che diviene il modo di pensare alla politica, alla scienza e di immaginare una particolare tipologia umana organizzata attorno a nuovi processi di comunicazione.

Grazie alla diffusione della stampa e a un pubblico sempre più ampio, la scrittura alfabetica che da quasi due millenni aveva prodotto cultura, filosofia e sapere tecnico si propaga sempre più nella società. Si cominciano a produrre libri, riviste, pamphlet e, accanto alle opere classiche, iniziano a diffondersi nuove narrazioni spesso oggetto di aspre polemiche. I sistemi di produzione pervadono ogni territorio, anche quello del sapere che viene veicolato attraverso una tecnologia per sua natura sequenziale, che richiede un certo sforzo cognitivo e un certo grado di concentrazione.

Nell’età dell’intelletto è dunque il pensiero critico, attraverso la scrittura, a stabilire le regole del gioco, a creare forme di potere, di sapere e di socialità. La scrittura controlla, verifica, impone dei tempi così come la lettura. Io stesso in questo momento, nel cercare di organizzare i miei pensieri, sono costretto a un lavoro supplementare rispetto a quello del parlare.

Scrivere o leggere non sono capacità innate dell’uomo, ma pratiche da acquisire e nutrire, atti consapevoli; ma cosa accade se una tecnologia, Internet, permette di passare informazioni in modo diverso, più rapido, più fruibile. Cosa accade quando alla sequenzialità della scrittura succede la simultaneità dell’immagine?

Secondo McLuhan citato da Franco Berardi “Bifo” in questo intervento, e come già riportato in questo post sulla cosiddetta nuova normalità, tale cambiamento determina la fine della fase critica e l’inizio di una nuova fase mitologica. Nel mito non vigono le regole del discorso, non vi sono bias cognitive: tutto ciò che è mito non è sottoposto a vincoli logici. Tutto è possibile e al contempo impossibile: è la fine del principio di non contraddizione che da Socrate in poi è stato alla base del pensiero in Occidente.

Tempo macchina e tempo umano

Nella Zettabyte Era, le informazioni vengono generate e veicolate a una velocità tale da sfuggire alla nostra capacità di interpretarle. Il mosaico che ai nostri occhi si compone è confuso e senza possibilità altra rispetto a questa. È il passaggio dall’età dell’intelletto all’età della demenza secondo Zbigniew Brzezinski, plasmata dalla tecnologia elettronica. Secondo questi autori il mondo dell’informazione genera un flusso tale di dati da non permettere alle nostre coscienze di filtrare, introiettare, correggere, memorizzare (fondamentalmente capire) quello che accade. È la tempesta di merda, l’era della post-verità, in cui si perde il punto di equilibrio tra numero di informazioni e tempo necessario per comprenderle.

Fonte: Statista

Questa rivoluzione implica un’uscita dal tempo umano perché il problema di comprendere la realtà e rispondere in modo creativo alle sfide che questa pone non è delle macchine ma dell’uomo. 

Il volume di dati prodotti e condivisi in rete sta esplodendo. Nel biennio 2015-2016 sono stati creati più dati che nell’intera storia dell’umanità. Nel 2017 questa soglia è stata superata nel mese di luglio. L’incremento è in continua accelerazione.

Secondo una proiezione nel 2020 il volume di dati avrebbe raggiunto i 47 Zettabytes (circa 47 miliardi di Terabytes). I dati effettivi dello scorso anno ci dicono che ne sono stati prodotti 58. 

Come ci ricorda Luciano Floridi, la mente umana non può cogliere uno sviluppo tanto rapido. Il tempo per acquisire informazioni di un normale smartphone e quello della mente umana sono molto diversi. In un certo senso nella macchina semplicemente il tempo non esiste e un file è sempre uguale a sé stesso ogni volta che viene spostato da una cartella a un’altra. Questo non accade per la nostra memoria. La nostra memoria muta, si evolve, rievoca ogni volta sfumature diverse, rielabora continuamente i ricordi stimolano emozioni e intuizioni, interpretando e reinterpretando quanto vissuto, studiato, fatto. Per noi umani, consapevoli della nostra morte, il tempo è informativo. In ogni sistema biologico il tempo fa informazione e noi necessitiamo di tempo per capire il mondo, per coglierne le differenze, per elaborare idee, progettare nuove forme di vita. Ci vuole tempo per sviluppare un pensiero, per lasciarlo sedimentare, per far sì che la corteccia cerebrale si riorganizzi a ogni nuovo stimolo, a ogni nuova informazione.

Un film in fast forward

Quando le informazioni ci raggiungono troppo velocemente non è più possibile per noi leggerle. Bifo Berardi a tal proposito propone un’analogia con i fotogrammi di un film. Se questi iniziassero ad accelerare si arriverebbe a un momento in cui non saremmo più in grado di vedere il film stesso. 

Franco Berardi – Bifo

È, molto verosimilmente, quello che sta accadendo oggi. Gli accadimenti, le notizie, i meme, le Breaking news, le notifiche, le stories di Instagram: tutto si confonde in un immenso universo in espansione privo di centro. Si viene così a determinare una situazione di incertezza e di indecidibilità, di “Out of control”. Non a caso la comunicazione commerciale, politica e sociale oggi non si rivolge certo al nostro pensiero critico, ormai atrofizzato e indifferente agli stimoli, quanto a scenari mitologici e più o meno grotteschi. Ne è riprova il ruolo del Parlamento, ormai esautorato totalmente delle sue funzioni dialettiche e il prevalere di leadership che puntano al carisma, a messaggi semplici e ripetitivi, “State a casa” o “Prima gli italiani” che siano.

Al momento è difficile immaginare cosa ciò produrrà. Siamo infatti privi di quella prospettiva necessaria a inquadrare la situazione nella sua complessità. In questi anni abbiamo vissuto e stiamo vivendo diversi cigni neri e abbiamo capito che i mutamenti sono molto rapidi e spesso imprevedibili.

Per ora vedo rischi e opportunità ma non so dare loro un nome. Sento la necessità di un cambiamento che non trova risposta, a partire dai temi ambientali fino a quelli sociali, che di fatto portano un minimo comune denominatore ingombrante, onnipervasivo, inadatto e insostenibile a cui attualmente non sappiamo proporre alternative realizzabili. 

Verso un pensiero cyborg

Certo è che un pensiero che si elabora in collaborazione con le macchine è davvero un pensiero cyborg, l’attuazione di una chimera che sta portando l’uomo su nuove strade. La cibernetica fa parte ormai della nostra vita più intima e privata, in quanto interiorizzata in meccanismi di osservazione e produzione di realtà. 

Anche i dispositivi di potere stanno cambiando e le istituzioni politiche impallidiscono di fronte a Google o ad Amazon. Il globale è, per sua natura, sovranazionale mentre ogni altra entità sub-globale non può che accettare la propria impotenza rispetto a processi automatici e autopoietici di reiterazione e diffusione indipendente dalla volontà umana.

L’unità mistica uomo-macchina proposta da Kevin Kelly ci porta in un mondo inesplorato, che ha radici antiche, nel rapporto tra l’uomo e la tecnologia, un rapporto ambivalente. Se da un lato infatti la tecnologia appare autonoma rispetto all’uomo non dobbiamo dimenticarci che è da esso creata e che per certi aspetti nulla esprime meglio l’essenza umana della tecnologia stessa, come sostiene ad esempio Don Peyron, e questo almeno dal controllo del fuoco in poi. Il punto forse è proprio questo: il controllo.

Il ruolo delle ICT’s nell’era dell’Iperstoria

Nell’iperstoria le Information and Communication Technologies acquisiscono un nuovo status: da mezzi per la trasmissione del sapere a condizioni fondamentali per nostra esistenza.

Ciò implica una perdita di controllo da parte dell’uomo. L’automazione infatti permette di migliorare le nostre condizioni di vita delegando attività ripetitive a macchine e algoritmi. Nella realtà infosferica un essere umano, prima eliminato dal centro dell’universo, poi dai progetti divini è stato infine estromesso anche dal primato assoluto di essere intelligente e oggi tenta di ritrovare una sua collocazione nel mondo.

Potremmo ancora vivere, pensare, lavorare, agire senza una connessione Wi-Fi o un pc? Cosa accade quando il mondo iperconnesso pare sommergerci di spazzatura e il pensiero come lo avevamo conosciuto, con la sua capacità di progettare e di realizzare strutture economiche, sociali e scientifiche si frantuma in una miriade di informazioni sparse? Mi chiedo a volte come avrebbero potuto lavorare alcuni grandi maestri d’arte e scienziati se fossero stati continuamente distratti da notifiche, mail e se avessero dovuto parallelamente alla produzione, occuparsi della comunicazione. Immaginiamo Michelangelo che posta frammenti della Cappella Sistina per una bella campagna teaser o che crea un evento Facebook dovendo rispondere a chiunque commenti. Ridicolo. Certamente ridicolo ma mi chiedo come possiamo pensare di lavorare bene e di avanzare ulteriormente in queste condizioni, in questo mondo.

Bansky – No future

Un mondo deprivato di quel futuro che positivisti, comunisti, democratici, dittatori, illuministi, preti e idealisti ci avevano proposto in vari modi. Un mondo dunque incapace di ripensare al futuro, dimentico del passato e in questo periodo deprivato anche del suo presente, sospeso nella paura micidiale che un nuovo virus ha saputo generare; un mondo che tra utopie e distopie, sembra sempre più dominato da meccanismi neoliberisti in cui potenzialmente possiamo fare tutto ma che in realtà limita fortemente le nostre capacità espressive, sempre condizionate da media di cui non abbiamo controllo. Possiamo dire tutto: non a condizione che abbia senso, ma solo a condizione che si rispettino le policy delle piattaforme. Non ha alcuna importanza il valore effettivo del messaggio quanto la sua capacità di creare valore di impresa per Facebook, Linkedin e via dicendo che, in ultima istanza, è capacità di attirare investitori e advertising.

Tra i due litiganti

Dalla lotta novecentesca tra televisione e telefono di cui ci parla Bifo, tra un dispositivo broadcasting verticale e un altro di point-to-point casting, “flat”, democratico è emerso un modello di rete, il network, che ha cambiato il mondo per sempre, che fonde elementi del primo e del secondo in una tecnologia che permette a chiunque di trasmettere a chiunque. Sappiamo tuttavia che aver pari opportunità non significa poi nei fatti avere le medesime possibilità ma, dal punto di vista tecnologico, possiamo assumere questa caratteristica a livello di verità. Dunque la domanda è: Internet ci rende tutti uguali?

E in che senso? Realizza pienamente il progetto democratico offrendo a tutti gli stessi diritti oppure livella verso il basso la nostra capacità di comunicare appiattendoci su forme stereotipate di comunicazione di cui gli emoji ne rappresentano per eccellenza il simbolo? Immediati e solo apparentemente privi di ambiguità, questi moderni ideogrammi sintetizzano emozioni complesse in pochi tratti. Ma cosa significa davvero una faccina sorridente quando rispondiamo a un messaggio? “Che carino, grazie!”, oppure “Ah sì, ok”?

Cosa stiamo davvero comunicando con queste icone divenute addirittura sistema di valutazione in alcune istituti della scuola primaria? Quale sotto-testo posso veicolare? A quali ulteriori mirabolanti riflessioni possono condurci?

Perché non ho fatto un video?

Rileggo questo post. Ho appena scritto qualcosa di davvero poco adatto al mezzo, incurante di ogni più basilare regola di web copy e di SEO. Questo aspetto mi fa riflettere: per la prima volta nella storia chi scrive si deve preoccupare di piacere non solo al pubblico ma anche ad algoritmi. Come se un giornalista del secolo scorso avesse dovuto preoccuparsi di assecondare la propria macchina da scrivere o uno scrittore il proprio taccuino: piacere, e piacere subito, spesso rinunciando all’approfondimento a vantaggio di una immediatezza che è inesorabilmente correlata a questa tecnologia, pare essere la legge dominante.

Per dire quanto ho detto avrei dovuto preferire un podcast o un bel video, con meno parole e senza digressioni. Ma ciò mi fa sorgere una domanda: quanto stiamo inesorabilmente optando per meme e video di 30” rispetto a testi più articolati? E se tutto ciò nel lungo periodo mettesse a rischio la nostra stessa capacità di riflessione? Stiamo forse prendendo una strada che dall’epoca della ragione ci conduce all’epoca della demenza?

Può sembrare solo una provocazione. Nessuno sceglierebbe consapevolmente la demenza.

Eppure propongo di porci questo dubbio di tanto in tanto e di chiederci come usiamo le tecnologie dell’informazione nel nostro quotidiano: cosa ne vogliamo fare e una volta abbandonata, forse anche finalmente la critica, quali forme di pensiero, umano o meno, prevarranno e quali realtà saranno in grado di generare.

Contro un’idea di Nuova normalità

In piena fase pandemica si parla sempre più di New Normality, di una presunta nuova normalità che dovrebbe regolare la vita sociale facendo proprio uno stato di eccezione come regola per ripensare i modi di relazionarci, lavorare, spostarci e vivere. Per fare passare queste idee, i dispositivi di potere si stanno affinando e il digitale in tutto questo gioca un ruolo importante.


Nuova normalità? Cosa si intende con questo termine? Fondamentalmente con l’avvento del Covid, esempio perfetto di cigno nero, abbiamo rimesso in discussione il nostro modo di lavorare, di socializzare, di fruire degli spazi pubblici, di vivere accettando, in nome della prevenzione, tutta una serie di limitazioni (talora sensate altre volte opinabili) e ci si chiede quanto di tutto questo resterà anche dopo questo virus.

In questi mesi abbiamo letto e visto di tutto. Ci siamo resi conto della fragilità del sistema economico, del settore sanitario, della democrazia. Abbiamo imparato a usare Zoom, Meet, Cisco Webex, Microsoft Teams, cartelle condivise su Drive. Abbiamo seguito webinar, chiuso Università e teatri, visto cancellare tutte le grandi manifestazioni, le fiere di settore, i negozi.

Abbiamo acquistato online anche beni consumabili e alimentari, ci siamo strafatti di serie tv e abbiamo smesso di muoverci con conseguenze immediatamente visibili sul nostro corpo e la nostra mente e altre che vedremo nel tempo.

Lo smart working, spesso arrabattato e non organizzato, è divenuto la regola. Il ripostiglio si è trasformato in ufficio, gli aperitivi solo online per il compleanno del nostro caro amico e, mi raccomando, tutti a casa alle 22.

Il tema è estremamente complesso ma, da marketer e da consulente in comunicazione digitale, vorrei portare qualche elemento di riflessione dopo quelli esposti qualche mese fa in merito a questa sedicente, e per alcuni seducente, nuova normalità che, a mio avviso, non è affatto normale ma vuol essere normalizzante e normativa delle nostre vite, anche biologiche, e dei nostri schemi mentali sempre meno in grado di capire e interpretare il mondo.

Scrive Franco Berardi Bifo in “Dopo la democrazia?” (Apogeo 2006, p.76) “Il fatto è che le tecnologie di comunicazione hanno sconvolto il contesto antropologico del pensiero critico e sospeso i paradigmi fondamentali dell’umanesimo moderno. È Marshall McLuhan che negli anni Sessanta interrompe l’illusione critico-umanistica di poter ricondurre le tecnologie di comunicazione sotto il governo razionale e progressista della democrazia, del diritto e della logica.” Un essere tecnico, inorganico…. si infiltra nella sfera dell’organismo biologico e sociale, e comincia a prenderne le redini…Quando alla tecnologia alfabetica succede quella elettronica… il pensiero mitico tende a prevalere sulle forme del pensiero logico-critico“. Configurazione mitologiche, identitarie e prive di possibilità dialettica, divengono la nuova normalità. Ecco cosa intendo io con questo termine: non la progressiva adozione di strumenti digitali per il lavoro o l’uso di gel sanificante nei bagni, ma una vera e propria trasformazione, o involuzione, del modo stesso di pensare e ragionare.

Ecco allora che ai Parlamenti si sostituiscono Direttivi, alle leggi DPCM, alle forme di socialità i loculi mediatici, per usare l’azzeccata definizione di un amico e collega, in cui siamo reclusi nelle nostre stanze virtuali, distanziati socialmente oltre che fisicamente. La sensualità è esclusa, i corpi organici divengono meri supporti per le attività cognitive.

Iperstimolati da un flusso continuo di informazioni non abbiamo tempo di riflettere, di ascoltare davvero, di cogliere sottotesti, di strutturare le nostre idee. La tempesta di merda (shit-storms) diviene l’arma perfetta. (Da Il secondo avvento – Franco Berardi Bifo – DeriveApprodi, 2018)

Perché parlo di tutto questo?

Perché il digitale svolge un ruolo fondamentale nella moltiplicazione parossistica di informazioni. In questo contesto è necessaria una cultura digitale che ci aiuti non solo a salvare imprese e mercati, ma anche e soprattutto a pensare agli strumenti che utilizziamo per farne un buon uso.

Cosa c’è di normale quindi nella nuova normalità?
Assolutamente nulla.

Dobbiamo pensare in modo nuovo ma non acritico. Ben venga la simultaneità dell’immagine ma che questa non ci porti ad accettare in modo assoluto le nuove forme di vita e di potere che subdolamente si instillano nelle nostre coscienze, nei nostri “Io”. Altrimenti tenderemo ad accettare di tutto in nome della pace e della salute.

“Anche se, com’è fin troppo evidente, si tratterà di un’epoca di servitù e di sacrifici, in cui tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta dovrà subire mortificazioni e restrizioni, essi vi si sottopongono di buon grado, perché credono stolidamente di aver trovato in questo modo per la loro vita quel senso che avevano senza avvedersene smarrito nella pace.
È possibile, tuttavia, che la guerra al virus, che sembrava un dispositivo ideale, che i governi possono dosare e orientare secondo le proprie esigenze ben più facilmente di una vera guerra, finisca, come ogni guerra, col sfuggire loro di mano. E, forse, a quel punto, se non sarà troppo tardi, gli uomini cercheranno nuovamente quella ingovernabile pace che hanno così incautamente abbandonato.”

Giorgio Agamben – Quodlibet

La pandemia nell’era digitale

9 marzo 2020: inizia il lockdown in Italia. Da allora il tempo che abbiamo trascorso su pc e cellulari si è dilatato provocando diverse reazioni. In questo articolo, senza velleità di completezza o di illuminazione, propongo alcuni pensieri sparsi per prossime e future riflessioni.

Alcune sere prima a Reggio Emilia, come in altre zone rosse, era già scattata la chiusura (mi pare fosse la sera del 7). Ricordo quel momento in cui improvvisamente, in una pausa tra un primo e secondo tempo di un film ci ritrovammo prigionieri in casa. Ero sul divano con il mio compagno. Mi voltai. Eravamo scioccati: i nostri sguardi di colpo erano mutati. Era cominciata la prima pandemia nell’era digitale.

Sono passati diversi mesi da quel momento e abbiamo tutti vissuto mille emozioni e pensieri contrastanti, tra timori, appelli alla responsabilità, misure talvolta discutibili, proclami, decreti, fasi 1-2-3, notizie contraddittorie, slanci emozionali, crisi economica, interminabili video chiamate, conteggio dei morti, numeri impazziti, neo-ecologisti, smart working forzato, teorie complottiste, opinioni di virologi, maghi e tuttologi.

Anche io come tutti noi ho avuto modo di leggere, documentarmi e ripensare alla mia vita, alla società, alla politica. Nel fare questo sono state di grande aiuto alcuni studi di filosofi del passato e del presente, i corsi all’Università e le conversazioni con amici medici e ricercatori.

Voglio qui condividere alcune riflessioni in relazione al ruolo del digitale nell’epoca della pandemia del nuovo coronavirus. Chiaramente non mi pongo l’obiettivo di spiegare o interpretare in modo sistematico cosa stia accadendo né tantomeno di tracciare un possibile percorso di uscita. Lo scopo di questo post è solo quello di porre attenzione su alcuni temi che mi auspico possano essere utili al fine di un dibattito sull’uso del digitale all’interno di contesti di crisi.

Papa Francesco celebra la Via Crucis in una piazza San Pietro deserta.
10 aprile 2020 (AP Photo/Andrew Medichini, Pool) – Da https://www.ilpost.it/

Uomini senza gregge

In quanto esseri umani necessitiamo del gruppo. Senza gregge moriamo. Milioni di anni di evoluzione ci hanno portato a sviluppare anche a livello biologico e organico una serie di capacità assolutamente necessarie alla nostra sopravvivenza. Dall’apparato fonatorio alla struttura celebrale, dai muscoli facciali alla capacità di gesticolare tutto è “pensato” per un animale incapace di vivere altrimenti. Siamo talmente umani che se privati di contatti deperiamo fisicamente e psichicamente. Da bambini non possiamo fare a meno degli altri e anche in età adulta, tranne rarissimi casi che possiamo confinare quali eccezioni, non ci è pensabile a un’auto-sufficenza economica, emotiva, psicologica. Solo bestie e Dei possono vivere fuori da una comunità secondo Aristotele. Eppure in caso di epidemie come quella che stiamo vivendo questo principio entra in conflitto con la necessità di arginare la diffusione del virus. Per una volta essere tutti insieme potrebbe risultare uno svantaggio più che un vantaggio. Come possiamo risolvere questa contraddizione?

Oriente-Occidente: un cambio di paradigma?

Una malattia arrivata dall’Oriente e che nell’Oriente ha trovato le soluzioni poi applicate a tutto il mondo. La cultura occidentale ha perso il suo primato nell’offrire risposte comuni. Migliaia di anni di cultura liberale sembrano dissolti lasciando residui in piccoli gruppi che, tuttavia, non riescono a fare breccia nell’opinione pubblica, in parte per il terrore generalizzato e globale, in parte a causa delle fallacie intrinseche a certe improbabili argomentazioni. Insieme all’accettazione di misure eccezionali per i nostri sistemi di valore, stiamo facendo nostra anche un’estetica del distanziamento e dell’urbanizzazione tipica del sol levante. La pandemia nell’era digitale ha trovato nella Cina e nell’Estremo Oriente un modello di riferimento universale. Mascherine, biciclette, monopattini e modi stessi della relazione stanno mutando il nostro modo di guardare il mondo ogni giorno, non senza conflitti e paradossi, ma in modo a mio avviso molto rapido.

Pandemia nell’era digitale: un mondo a tutto schermo?

Il digitale ha rappresentato la condizione di necessità per realizzare un lock down come lo abbiamo conosciuto. Senza tecnologie che permettono di comunicare, lavorare, offrire servizi di ogni genere, non sarebbe infatti stato possibile chiudere in casa per due mesi milioni di persone. Tra VPN, smart working, e-commerce, Skype, Zoom e Whatsapp questi mesi sono trascorsi per molti di noi davanti a uno schermo e non ci è voluto molto per accorgerci delle potenzialità e dei limiti di una comunicazione mediata. Già il fatto di non guardarci negli occhi (per vedere l’interlocutore siamo costretti a fissare il monitor) provoca un senso di forte straniamento. Mancano poi tutti quegli elementi extra-verbali fortemente informativi. Le difficoltà di interpretare parole e gesti si sovrapponevano a quelle di connessioni a volte instabili. Distrazioni continue tra notifiche e aggiornamenti hanno reso spesso un inferno certe riunioni e anche i party on line si sono presto rivelati per ciò che erano: tristi feticci di socialità.

Diritto al digitale / Diritto all’analogico

Ci penserà poi il computer. Così si intitolava un album de “I Nomadi” che girava per casa quando ero bambino. E davvero i computer ormai pensano per noi. Algoritmi sempre più complessi possono predire e orientare le nostre scelte, Google Lens permette di riconoscere oggetti e di acquistarli senza nemmeno sapere cosa siano, addirittura, come spiegava qualche giorno fa Riccardo Luna su Repubblica, di risolvere equazioni e problemi matematici. Tra un po’ si prenderanno anche la Settimana enigmistica e addio parole crociate.

In questo mondo digitalizzato, sempre più frammentario e sempre più uguale in ogni luogo al contempo, il tempo muta il suo senso. Tutto è sempre disponibile e destinato all’oblio, sopraffatto dall’ennesima novità, da un’ulteriore upgrade.

Come affermavo poc’anzi senza un supporto tecnologico tanto pervasivo e potente non sarebbe stato possibile realizzare il più grande esperimento di massa della storia. Dico questo senza alcuna vena polemica. Prendo atto semplicemente di vivere una situazione inedita. Non che siano mancate pestilenze ed epidemie di ogni genere ma le condizioni storico-sociali, tecnologiche, lo stato di avanzamento della ricerca medica, il contesto politico erano totalmente diversi.

Oggi possiamo fare tutto, o quasi, on line. Il punto per me è quindi quello di capire quanto questa sia data come possibilità o come obbligo. Il diritto, sacrosanto, a una società “smart” non dovrebbe mutarsi nella dittatura del digitale. La pandemia nell’era digitale rischia infatti di travolgere milioni di persone, per indole, età, confidenza con il pc, formazione o per scelta sono tagliate fuori da una storia che pare inevitabile ma che invece è tutta ancora da scrivere.

Benessere digitale: un dumbphone per amico

Digital Detox e benessere digitale. Punkt-MP02-feature-phone_detox

LI CHIAMANO FEATURE PHONE, ESSENTIAL PHONE O DUMB PHONE. SONO TELEFONINI CHE NON IMPLEMENTANO FUNZIONALITÀ “SMART”. E C’È ANCHE CHI HA SVILUPPATO APP PER UN USO PIÙ CONSAPEVOLE DEI NOSTRI DISPOSITIVI, COME SPECIAL PROJECTS DI LONDRA. PER TUTTI COLORO CHE DESIDERANO UN RAPPORTO PIÙ EQUILIBRATO CON LA TECNOLOGIA ECCO UN BREVE ARTICOLO CHE POTREBBE FARVI CAMBIARE IL VOSTRO RAPPORTO CON IL CELLULARE E MIGLIORARE IL VOSTRO BENESSERE DIGITALE.

Ricordate i tempi del Nokia 3310? Cercate un nuovo benessere digitale? Siete nostalgici della carica che durava una settimana o semplicemente desiderate qualche momento di pausa in più senza essere subissati di notifiche, aggiornamenti e news in tempo reale? Forse un ritorno all’essenziale è quello che fa per voi. Ecco alcune proposte di dumbphone, e non solo, che possono aiutarvi!

PUNKT – MP02

Partiamo da un telefono dal design accurato che non rinuncia integralmente alla connettività ad internet. Si tratta del PUNKT MP02, un telefono dal design robusto, minimale e accattivante che può fungere da modem con connettività 4G/LTE per device secondari via WiFi/Bluetooth/USB.

È comodo da maneggiare e da usare, e ha una qualità audio e durata della batteria eccellenti: un telefono che funziona come telefono, con un design ultramoderno e un’interfaccia elegante ed efficiente.

Petter Neby, fondatore di Punkt.
The Light Phone 2

Un’altra proposta di telefono, sempre di fascia alta, che opera come strumento di comunicazione e lavoro e non come elemento di distrazione ci è offerta da The light phone, ora in prevendita nella sua seconda edizione. Con uno schermo simile a un e-book reader permette di telefonare, inviare SMS senza affaticare la vista o essere disturbati dai feed dei Social Network. Anche in questo caso il benessere digitale passa attraverso una UX facile e non invasiva.

Benessere digitale - Nokia-105-Dual-SIM-2017

Dumbphone decisamente più economici dei precedenti sono i modelli Nokia che ripropongono le forme del passato. Oltre alla riedizione del 3310 quest’anno il brand svedese ha lanciato sul mercato il 105. Super economico, compatto e dual-sim.

Infine per chi invece non intende acquistare un nuovo smartphone ma solo trovare modi più consapevoli di usarlo e di curare il proprio benessere digitale la risposta può arrivare paradossalmente proprio dalle app! Google Creative Lab ha recentemente rilasciato una piattaforma in cui raccoglie idee e progetti provenienti da diversi studi di progettazione e Interaction e UX design proprio nell’ottica di depurarci da un uso smodato del telefonino.

Google Digital Wellbeing Experiments

Tra questi anche “Paper phone”creato da Special Projects. Paper Phone è un’app che ti consente di selezionare le cose che ritieni importanti per te quel giorno. In genere questo significa contatti, calendari, mappe, biglietti, elenchi di attività e condizioni meteorologiche. L’app recupera queste informazioni e le dispone su uno o entrambi i lati di un foglio A4. Quindi si tratta semplicemente di stampare su una stampante vicina e piegarla in un piccolo opuscolo.

Paper Phone – Special Projects

Un progetto attento anche all’impatto ambientale. La stampa di un foglio A4 ogni singolo giorno infatti produce circa 10 g di CO2 in un anno. Al contrario, l’utilizzo di un dispositivo mobile per un’ora al giorno produce 1,25 tonnellate di CO2 alla fine dell’anno, tenendo conto dei requisiti energetici delle infrastrutture di rete e server.

Paper Phone è un’applicazione Android open source sperimentale che è disponibile per provare subito, tutto il codice è disponibile su Github per far giocare le persone e, si spera, adattarsi ed evolversi.

Finisce qui questo articolo ma certo non terminano le riflessioni in merito all’uso (e all’abuso) dello smartphone nelle nostre vite che sto inoltre portando avanti con il team di Digital Detox Design. Se vuoi approfondire e scambiare idee scrivimi alla mia mail o sui miei canali social. Buon Digital Detox!

Alkemia: il nuovo progetto Digital Detox Design

IN OCCASIONE DI BOLOGNA DESIGN WEEK 2019 DIGITAL DETOX DESIGN PRESENTA ALKEMIA, UN PERCORSO TRA ARTE, DESIGN, MUSICA E PROFUMI PER CONOSCERE L’ESSENZA DELLA MATERIA.

In occasione di Bologna Design Week 2019, Digital Detox Design presenta “Alkemia”. Dopo Living Experience, in via Solferino 11 a Milano durante la scorsa edizione del Fuorisalone, Digital Detox Design approda a Bologna con un progetto tutto nuovo che trae ispirazione dal mondo degli alchimisti.

Alkemia – Video Art

Nell’era dell’iperstoria le difficoltà di conciliare progresso tecnologico e valori etico-culturali con la dimensione umana, impattano con evidenza nel nostro quotidiano. Il tempo con il digitale si moltiplica e si frantuma, ragazzi iperconnessi vivono ormai dimensioni assimilabili a Hikikomori, i luoghi si virtualizzano, la nostra capacità di lettura, analisi e memorizzazione si scontra ogni giorno con un crescente stress da notifica. Anche la produzione di arredi e complementi, il modo stesso di vivere e abitare pare risentire di queste trasformazioni appiattendosi su logiche di mercato alla spasmodica ricerca dell’ennesimo dispositivo da collegare, aggiornare, ricaricare, consumare.

Attraverso la singolarità e la specificità dei manufatti dei diversi designer, Alkemia intende stimolare una riflessione più ampia sul senso della creatività. Sperimentando i diversi stati della materia della tradizione alchemica (albedo, rubedo e nigredo) il visitatore è inviato a un contatto profondo con gli oggetti esposti per conoscerne i segreti, i profumi, le vibrazioni, le narrazioni.

Ideato e curato da Alessio Conti, Alkemia è un percorso artistico in cui la materia si dissolve, si purifica e si ricompone. L’oggetto di design diviene così segno tangibile di una trasmutazione, di processi creativi che affondano le proprie origini nell’alchimia. Estrazione, fusione, bruciatura, saldatura sono forme di trasformazione utilizzate ancora oggi nella creazione di materiali come il grès porcellanato o l’acciaio. Una trasmutazione che riguarda soprattuto le idee che grazie all’ingegno divengono prodotti concepiti per soddisfare le esigenze pratiche ed estetiche contemporanee.

Alkemia è un progetto reso possibile grazie alla collaborazione tra mondo manifatturiero, designer e artisti.

Ascari Falegnami ha realizzato appositamente per questa installazione un portale in abete con invecchiamento naturale e dei divisori dal design geometrico in noce canaletto. Doodesign espone Lucciolight, un rivestimento murale che reinterpreta un tessuto di William Morris per condurci in un mondo dalle atmosfere magiche. Matteo Bandi porta da Londra Sidekicks, una serie di oggetti tecnologici votati alla depurazione e al benessere digitale. Matteo Giannerini presenta M.I.N.E., una linea di complementi d’arredo che sovverte l’utilizzo di forme precise, proponendo una riflessione sulla cultura e sul ruolo del design come strumento democratico di unione e apertura. La creatività di Pollini Home si manifesta con la realizzazione di un piano cucina realizzato su un banco di falegnameria e dei volumi in grès porcellanato. Vincitore del premio Rebell, il brand Nestart ha scelto Alkemia per il lancio ufficiale della nuova superficie pensata per il mondo del design e dell’architettura mettendo in mostra tavolini che attingono dalla tarsìa Rolese per riproporla con materiali evoluti ed eco-sostenibili e realizzando l’arcata di ingresso alla mostra.

Alessandro Mattia e Gloria Gianatti di Sapiens Design, vincitori del Red Dot Award 2019 nella categoria Product Design espongono, oltre all’iconica Oplàmp attualmente al Design Museum di Essen, Intrecci,innovativicomplementi d’arredo nati per valorizzare un tessuto della tradizione popolare e la sua tecnica di lavorazione a telaio. La preview di Czech Design Week vede protagonista il vaso di  František Jungvirt in cui il vetro diviene contenitore di processi di trasformazione fisica.

L’allestimento espositivo è a cura di Stefano Lodesani Studio, cheha già firmato prestigiosi progetti per mostre quali  “Confessionali” di Michael Kenna nel 2017 e la recente su Antonio Fontanesi presso i Musei Civici di Reggio Emilia. Per Alkemia ha sviluppato un percorso in cui gli stati alchemici si raccontano attraverso il colore, la luce e i profumi creando suggestioni simboliche e un’esperienza sensoriale unica che esalta il rapporto tra uomo e manufatto.

Daniele Zamboni, in collaborazione con Olfattiva, esalterà l’emozione evocata da ciascuna delle opere presentate con “Sette silenzi per violino solo”, suonata dal M° Pietro Fabris e profumi appositamente realizzati e associati ai diversi oggetti. All’interno si troverà un’opera di Visual art a cura di Lorenzo Fornaciari che permette al visitatore di interagire con particelle, fotoni e strutture archetipiche. Le fotografie di Francesca Catellani completano l’esperienza con Underskin, una ricerca che ha condotto l’autrice a sperimentare una dimensione di continuità tra coscienza di veglia e immagini oniriche a partire dallo studio del Libro Rosso di C. G. Jung. Infine, nella serata di Mercoledì 25 settembre, in occasione della Design Night, la materia diviene movimento e danza con la performance di Sabino Barbieri.

Dove

Lo spazio verrà allestito presso ADIACENZE in Vicolo Spirito Santo 1/B a Bologna.

Date e Orari

Esposizione

23-28 settembre 2019 dalle 14.00 alle 20.00

Inaugurazione e press preview

23 settembre 2019 dalle 18.00 alle 22.00

Design Night

25 settembre 2019 dalle 19.00 alle 24.00

Finissage

28 settembre 2019 dalle 18.00 alle 22.00

Un evento ideato e curato da Alessio Conti
Progettazione: Stefano Lodesani Studio
Logo e grafica: Matteo Bandi
Website: Sapiens Design Studio
Digital content editor: Chiara Ferrari

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Digital Detox Design Full Logo Black

Digital Detox Design è un progetto che invita a depurarsi dal sovraccarico informativo attraverso la creazione di spazi in cui respirare e poter interagire con la materia e le persone. L’idea è quella di elevare il design a un livello superiore, oltre la progettazione di complementi di arredo. Un design sensibile alla nostra esigenza più profonda: essere umani.L’uso costante dello smartphone sta infatti producendo effetti negativi sulla qualità delle nostre vite sia livello individuale che sociale: riduzione della concentrazione, stress da approvazione, diminuzione della memoria, depressione, perdita di capacità di analisi. Digital Detox Design intende portare l’attenzione sull’importanza di disconnetterci dai nostri smartphone per riconnetterci con altre dimensioni dell’esistenza e recuperare il senso del nostro agire e del nostro vivere riappropriandoci della bellezza e dell’intensità del momento presente.Ideato e curato da Alessio Conti, il progetto mira, attraverso il design, l’uso dei materiali, la scelta dei colori e della luce a collegare le persone attraverso una rete più ampia di qualsiasi altra, quella del respiro e del contatto.

Website:

www.digitaldetoxdesign.it

Instagram: digitaldetoxdesign
Facebook: digitaldetoxdesign

Contatti:

Alessio Conti > info@alessio-conti.it > +39 3471034602

Culture is Future

CULTURE IS FUTURE TEDX REGGIO EMILIA

TEDxReggioEmilia torna con un evento dedicato al sapere, al futuro della cultura, alla cultura del futuro. Sabato 6 Aprile 2019 – Teatro Cavallerizza

Ma c’è un capitale che una volta acquisito nessuno può portarci via: la cultura.Nella società complesse i capitali sembrano fluttuare in modi difficilmente comprensibili.

Mentre i beni materiali si esauriscono con il loro utilizzo, le idee non terminano con esso. Anzi proprio in tal modo si diffondono, si moltiplicano apportando ricchezza e creando valore. E potremmo aggiungere che così come la condivisione di un bene materiale implica un impoverimento da parte di chi se lo spartisce, la condivisione del sapere è anzi premessa di innovazione e benessere per tutti.  

Si tratta di un capitale speciale che porta a effetti permanenti. C’è chi diceva che ci sono due modi di fare rivoluzioni: con le armi o con i libri. Ma mentre nel primo caso si approda a un risultato provvisorio (il nemico in futuro potrebbe essere più armato di noi o distruggere i nostri armamenti) nel secondo non v’è possibilità di sconfitta: nessuno infatti può derubarci di ciò che conosciamo.

Eppure proprio nel momento in cui le tecnologie democratizzano l’accesso all’informazione nel giro di pochi anni si è passati da una visione utopica di avanzamento e progresso mondiale, a scenari quanto mai distopici, in cui non c’è spazio per l’approfondimento e la ricerca, in cui forze irrazionali e slogan paiono prendere il sopravvento e determinare scelte personali e politiche.

Culture is Future

La cultura, ciò che ci rende umani per definizione, pare essere accantonata. L’intellettuale è una figura ormai relegata al passato, derisa e osteggiata. Sommersi da una marea incessante di notifiche, la difficoltà a concentrarci nell’ascolto o nella lettura di un libro è quanto mai diffusa e con essa rischiamo di perdere la capacità di riflettere e di interrogarci con strumenti cognitivi appropriati.

In questo sovraccarico informativo occorre chiederci di nuovo cosa sia realmente fondante, cosa sia la cultura, che ruolo debba avere nella politica, la scienza, l’economia per capire il valore di questo capitale e cosa può offrire per evolverci e per uscire dalla crisi: culture prese a prestito, idee che producono profitti, libri come motori dell’economia.

Ben al di là di un’immagine utilitaristica dell’homo oeconomicus, è tempo per ripensare a noi stessi a un altro livello perché stiamo forse perdendo qualcosa, qualcosa che ha a che vedere con la nostra stessa sopravvivenza in quanto specie, con il nostro essere.

Ripartire dalla cultura significa dare impulso all’evoluzione umana e per farlo abbiamo deciso di partire da un luogo che tutti abbiamo frequentato: la biblioteca. Da questo spazio libero in cui tutti hanno gli stessi, vero e proprio laboratorio di democrazia reale e di conoscenza in cui apprendere e socializzare, prende le mosse il nostro viaggio verso la creazione di nuovo capitale culturale. 

Culture is Future si propone, grazie agli interventi si scrittori, ricercatori e liberi pensatori di ispirare una nuova consapevolezza dell’importanze della cultura nel percorso individuale e sociale di ognuno di noi.

Maggiori informazioni: www.tedxreggioemilia.com